Discarica volutamente dimenticata a Rivolta

Alzi la mano chi sapeva o ricordava l’esistenza di una discarica a Rivolta a due passi dall’Adda? No, non mi riferisco alla piattaforma ecologica comunale di via Umbero Nobile, ma alla discarica di rifiuti solidi urbani (RSU) di Località Zita, autorizzata a metà degli anni ‘60, esercita negli anni ’70, in “odore” di bonifica/messa in sicurezza negli anni ’80 fino ai primi anni ’90 e poi inspiegabilmente dimenticata fino alla denuncia di “Rivolta delle Idee” dello scorso autunno.
Per comprendere un po’ meglio la situazione, è bene raccontare la storia dagli inizi.
Negli anni ’60, in pieno boom economico, il Comune di Milano, attraverso SID (Servizio Immondizie Domestiche, successivamente ribattezzato AMNU -Azienda Municipalizzata Nettezza Urbana- e poi ancora AMSA –Azienda Municipalizzata Servizi Ambientali- ora A2A), è alla ricerca di aree nelle quali stoccare definitivamente rifiuti solidi urbani. Ai tempi non esistevano gli odiati inceneritori (il primo inceneritore a Milano è del 1968), non esisteva la raccolta differenziata, non esistevano le piattaforme ecologiche o le “ecoballe”, non si pagava nemmeno la famigerata TARES: semplicemente si raccoglieva in un sacco nero tutto ciò che avevamo consumato e/o non ci serviva più (non solo umido, vetro, plastica, carta, ma anche batterie, lampadine, latte con oli esausti, farmaci scaduti, etc.), si gettava in un cassonetto e si aspettava il passaggio del camion della spazzatura, che svuotava il cassonetto e portava tutto in discarica. Sembra un secolo fa, ma in certe zone d’Italia le cose vanno ancora così, almeno fino a qualche anno fa….

Negli anni ’60 non esisteva una regolamentazione seria in materia di gestione RSU (il riferimento era ancora la Legge 366 del 1941, che demandava ai Comuni la responsabilità in merito ai servizi di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti); se ne parlerà solo nel 1982 con il D.P.R. 915/82, in attuazione di una Direttiva comunitaria del 1975. Pertanto, data l’assenza di controlli, era ignoto cosa venisse raccolto e tanto più era ignoto cosa venisse portato in discarica; semplicemente si riempivano fino al colmo cavità di origine naturale e/o artificiale e poi, una volta completati i lavori, ci si spostava da un’altra parte.
Tornando alla nostra discarica in Località Zita, SID aveva necessità di avere a disposizione siti, se possibile vicini a Milano, ove portare i rifiuti urbani, l’Immobiliare Zita intendeva realizzare una colmata agricola in alcune aree di proprietà, irregolarmente depresse, presso le sponde dell’Adda, il gioco è presto fatto: gli interessi di entrambi i soggetti collimavano ed il nostro Comune non aveva strumenti, ma forse nemmeno l’intenzione di opporsi a tale comunanza di interessi. Peraltro, tra i pochi documenti dell’epoca disponibili, lo schema di convenzione del luglio 1966 riportava gli obblighi di entrambi i soggetti; in particolare, testualmente “…. la responsabilità di quanto stabilito [in convenzione] e di eventuali danni al Comune, alla popolazione ed a Terzi, sono assunti in solido dal SID del Comune di Milano e dall’Immobiliare Zita, che firmeranno, in segno di accettazione, la presente convenzione…” (al tema della responsabilità ci torneremo più avanti). Purtroppo non è disponibile la lettera del 02/05/1965 del presidente di SID avv. Migliori, nella quale venivano elencati gli impegni di SID in termini di corretta esecuzione delle attività di discarica, copertura e disinfezione della colmata.
In ogni caso, senza avere l’arroganza di giudicare a posteriori scelte di quegli anni , effettuate in un contesto ben diverso dall’attuale, individuare un’area con quelle caratteristiche da dedicare allo stoccaggio definitivo di rifiuti, fu veramente una scelta insensata. Come si poteva pensare di costruire una discarica:

  • in un’area a chiaro rischio idrologico,
  • senza prevedere opere di impermeabilizzazione sul fondo della discarica, data l’assenza di livelli naturalmente impermeabili (strati di argilla), tanto meno sulle pareti,
  • con la falda sotterranea a diretto contatto con il corpo dei rifiuti,
  • prevedendo il passaggio dei mezzi deputati allo scarico dei rifiuti direttamente nel centro abitato (seppur con un percorso definito),
  • senza porsi il dubbio di poter recare danno alla collettività in genere?

Nell’estratto di schema di convenzione, non si parla di danni all’ambiente; difficile che in quegli anni se ne parlasse in un atto ufficiale, ma non si trova alcun accenno benché minimo ad ipotesi di valutazione di compatibilità ambientale, misure di compensazione o altro. Per inciso l’area, negli anni ’90, è diventata parte integrante del Parco Adda Sud, quindi per definizione area pregiata dal punto di vista ambientale…
Discarica in cambio della colmata. Questa la semplice logica dell’operazione.
E così la nostra “bella” discarica, una volta autorizzata, venne esercita per una decina d’anni (non abbiamo documenti sui tempi/modi di gestione), fino a che o per sopraggiunta capienza limite o perché gli impatti negativi sulla collettività e sull’ambiente erano sempre più evidenti (autocombustione dei rifiuti, esondazioni del fiume sui rifiuti, presenza di ratti, cedimenti del terreno, etc.), si decise di chiuderla o meglio di abbandonarla. Dico abbandonare perché in realtà oggi, quando tecnicamente si dice “chiudere una discarica”, si fa riferimento all’esecuzione di una serie di operazioni ben definite, atte a mettere in sicurezza il sito, a tutela della salute dell’uomo e dell’ambiente.
Ed invece SID, a quei tempi diventata AMNU, intervenne sì anche al termine dell’esercizio della discarica per porre rimedio a situazioni contigenti di pericolo (anche sulla base di Ordinanze sindacali), ma in realtà il sito venne praticamente abbandonato, accessibile a chiunque (il vecchio cancello d’accesso poteva essere facilmente aggirato), senza attuare azioni sistematiche di messa in sicurezza dell’area. E quando parliamo di area, intendiamo un appezzamento molto esteso, a forma allungata irregolare, con distanza massima tra i due estremi NordSud pari a circa 1.300m ed una larghezza massima di 250-300m (tanto per rendere l’idea, un campo di calcio è di dimensioni pari a 110x60m, mentre il Circo Massimo a Roma è 620x120m).
Chi doveva provvedere alla messa in sicurezza, intendendo per messa in sicurezza la copertura della discarica, l’adozione di sistemi di drenaggio del percolato ai fini del successivo recupero/trattamento, la messa in opera di sistemi di recupero del biogas ed ancora l’avvio di attività di monitoraggio delle acque sotterranee e superficiali? Guardando alla convenzione (si veda quanto soprariportato), AMNU; ma anche Immobiliare Zita, in qualità di proprietario dell’intera area, sarebbe dovuta intervenire, perlomeno rendendodi fatto inaccessibile il sito di proprietà.
Fatto sta, che, data l’immobilità dei soggetti interessati, il Comune si attivò a livello locale, provinciale e regionale nella seconda metà degli anni ‘80, e diede corso anche all’esecuzione di indagini di campo, i cui risultati furono tutt’altro che positivi (positivi per il bene comune, s’intende). Si arrivò pertanto nel 1990-1991 all’assegnazione da parte della Regione Lombardia al Comune di Rivolta d’Adda di un contributo a fondo perduto di 1 miliardo e 450 milioni di vecchie Lire, finalizzato al recupero ambientale ed alla messa in sicurezza della discarica. Chiaramente tale contributo era insufficiente per poter realizzare un intervento completo di messa in sicurezza dell’area; in ogni caso “piuttosto che niente è meglio piuttosto”: con questi soldi era possibile eseguire almeno le attività più urgenti (risagomare localmente la discarica, prevedere la posa in opera di adeguata copertura nelle aree ghiaiose, avviare le attività di monitoraggio, etc.).
Il Comune avviò quindi l’iter per l’appalto dei lavori (incarico a professionista, esecuzione di nuove attività di indagine, redazione del Capitolato d’appalto, riunioni con il proprietario dei terreni, etc.), completato nel dicembre 1992 con l’assegnazione dell’incarico a due Società in ATI (Associazione Temporanea di Imprese). Il Progetto esecutivo dei lavori, presentato dalle Ditte vincitrici della gara, venne quindi inviato per il relativo nullaosta alla Provincia di Cremona, oltre che alla Regione per l’emissione del Decreto di assegnazione dei fondi.
E qui viene il bello: dal nulla, nel novembre 1992, spuntò il WWF di Crema (ed alcuni professori universitari), invitando tutti i soggetti a vigilare affinché i lavori di messa in sicurezza non creassero detrimento alle potenzialità naturalistiche dell’area (si veda al proposito un “eloquente” articolo della Provincia di Cremona del 15 ottobre 1993, che parlò dell’area come di un “ben di dio incredibile, una manna piovuta dal cielo. Dove prima c’erano i rifiuti iniziano a crescere fiori ed arbusti rari che da tempo non si vedono dalle nostre parti”…). Peccato però che chi andasse a camminare, correre o pescare lungo l’Adda (lo dico per esperienza personale) vedesse spuntare pezzi di sacchi neri lungo i sentieri…, e che le indagini eseguite nell’area avessero attestato che (cito l’ing. Bottioni, progettista degli interventi):

  1. il fondo della discarica è non impermeabilizzato (il substrato è sabbioso-limoso);
  2. la soggiacenza delal falda è pari a 2-3 m, con variazioni legate al regime fluviale;
  3. è presente contaminazione delle acque di falda, anche all’esterno del corpo della discarica, oltre che rilascio del percolato verso il fiume;
  4. sono presenti rifiuti ospedalieri e medicinali;
  5. parte della copertura non è localmente adeguata alla copertura di una discarica;
  6. c’è formazione di biogas;
  7. il processo di mineralizzazione dei rifiuti non è completo;
  8. è presente uno strato localizzato oleoso, oltre che rifiuti sparsi;
  9. ci sono situazioni localizzate di degrado sanitario;
  10. le sponde della discarica non sono in sicurezza e soggette all’erosione da parte del fiume.

Alla fine, dopo riunioni e pareri vari, la Giunta Provinciale di Cremona (presidenza Giancarlo Corada, PDS), il 1 dicembre 1993, sollecitata più volte ad una decisione definitiva da parte del Comune e della Regione, deliberò di non esprimere parere di nulla osta al Progetto, con motivazioni in parte tecniche ed in parte politiche. Ammettiamo pure che il Settore Ambiente ed Ecologia della Provincia di Cremona, avesse espresso dubbi sulla reale efficacia del progetto (purtroppo il parere espresso non ci è disponibile), ma perché la stessa Provincia nell’aprile 1993, pur avendo già a disposizione questo parere del proprio organo tecnico, aveva comunque espresso giudizio di congruità del Progetto con il Capitolato d’appalto e quindi con gli obiettivi dello stesso (mettere in sicurezza la discarica)?

Parliamoci chiaro, da tecnici, ma anche utilizzando il buon senso: prendendo per buoni i risultati delle indagini eseguite e le relative conclusioni dell’ing. Bottioni, tenendo conto dei dubbi sollevati dagli Organi Tecnici provinciali, senza sottovalutare le indicazioni degli ambientalisti, era ragionevole rifiutare 1.450 milioni di Lire di di fondi pubblici già stanziati per mettere in sicurezza l’area?? Non si poteva fare uno sforzo per revisionare, di comune accordo ed in tempi brevi, il Progetto e quindi non perdere il finanziamento??
Qualche politico non verde, ma con la camicia verde, si affrettò a dichiarare che bisognava essere contenti di aver evitato uno sperpero di soldi pubblici… era una battaglia bi-partisan…
In relazione alle potenzialità naturalistiche dell’area, gli interventi si potevano tranquillamente eseguire, prendendo chiaramente le dovute precauzioni per garantire il permanere delle essenze rare naturalmente cresciute; in ogni caso chiedo:

  • era meglio tutelare un fiore/arbusto raro oppure la salute pubblica?
  • era meglio abbattere un albero per sistemare la copertura della discarica (dimenticavo, anche il Parco Adda Sud aveva dato parere favorevole alla bonifica del sito…) o consentire alle acque meteoriche di continuare ad infiltrarsi, dilavare i rifiuti e quindi contaminare le falde acquifere e l’Adda (e quindi anche la fauna ittica)?

Dopo questo edificante episodio, la discarica venne dimenticata per altri 20 anni (cosa che di certo non fece dispiacere ai proprietari dell’area, dato che la natura continuò a fare il suo corso), fino alla denuncia di “Rivolta delle Idee” dello scorso novembre 2014.
Ora che fare? Lasciare che la natura continui ad operare in sostituzione dell’uomo oppure intervenire? Se si interviene, come intervenire? Se si interviene, a chi toccano gli oneri della messa in sicurezza/bonifica? Al pubblico, come spesso o sempre succede? Ad A2A (nuova società subentrata al soggetto che a suo tempo vi depositò i rifiuti)? O al proprietario dell’area? Oppure gli oneri vanno, più o meno equamente, condivisi?
L’aspetto dei costi di intervento è certamente il primo da considerare. In questa fase di crisi economica, i soldi pubblici sono pochi ed un intervento efficace per la messa in sicurezza della discarica costerebbe qualche milione di euro; non parliamo poi di quanto costerebbe rimuovere tutti i rifiuti stoccati (intervento peraltro infattibile ed irragionevole).
Il principio che vale per la messa in sicurezza/bonifica è quello del “chi inquina, paga”, pertanto chi ha portato i rifiuti e causato una potenziale contaminazione delle matrici ambientali dovrebbe prendersi carico dei lavori. A2A potrebbe però affermare che SID non esiste più e l’attuale Società non può essere ritenuta responsabile del potenziale danno all’ambiente. Vi sono esempi di numerosi contenziosi simili in Italia, non tutti univocamente risolti.
Ed il proprietario? Cosa tocca al proprietario? E’ vero che non è responsabile in quanto fisicamente non ci ha portato i rifiuti, ma d’altro canto era ben consapevole delle operazioni svolte nelle aree di sua proprietà e delle potenziali implicazioni negative ad esse legate?
Il proprietario potrebbe difendersi richiamando l’autorizzazione che il Comune aveva concesso, mentre il Comune potrebbe ribattere che, come detto in convenzione, “la responsabilità … di eventuali danni al Comune, alla popolazione ed a Terzi, sono assunti in solido dal SID del Comune di Milano e dall’Immobiliare Zita, che firmeranno, in segno di accettazione, la presente convenzione”. E il fatto che oggi la falda acquifera possa essere ancora contaminata o che ci siano ancora rifiuti vari non mineralizzati (oli esausti, farmaci, rifiuti ospedalieri, etc.) potrebbe essere considerato un danno per il Comune e la popolazione.
Infine, una convenzione del 1966 vale ancora dal punto di vista legale?
Quello della responsabilità e del “a chi tocca l’onere della bonifica” è un aspetto che al momento deve essere secondario (almeno per il sottoscritto). La priorità, che viene qui sollecitata, è che tutti i soggetti coinvolti, pubblici e privati, prendano coscienza del problema e si siedano ad un tavolo comune per:

  • mettere a disposizione, senza omissioni, tutta la documentazione relativa alla discarica (autorizzazioni, corrispondenza intercorsa, documenti vari relativi ai rifiuti stoccati, relazioni tecniche);
  • coinvolgere gli organi tecnici competenti (in primis, ARPA Lombardia e la Provincia);
  • esprimere in modo chiaro la propria posizione/volontà sulle azioni da eseguire;
  • portare proposte credibili da condividere.

Il Comune deve farsi promotore dell’iniziativa, visto che è l’Ente che ha dato l’autorizzazione ad esercire la discarica, che ha potenzialmente subito l’eventuale danno da parte dei soggetti “responsabili in solido”, ma soprattutto che è stato beffato dal mancato nullaosta della Provincia di Cremona del 1993.
Il secondo passo, una volta ricevuta e valutata tutta la documentazione disponibile, è quello di progettare e quindi eseguire attività di indagine integrativa, necessarie per aggiornare i risultati dello studio condotto dall’ing. Bottioni nel 1993 (si vedano i 10 punti citati poco fa). Sicuramente sul fatto che il fondo della discarica sia non impermeabilizzato e che la falda sia ancora a contatto con i rifiuti stoccati non ci sono dubbi, oppure ancora che le sponde della discarica siano sempre soggette all’erosione dell’Adda; bisogna però verificare almeno:

  • il grado di mineralizzazione dei rifiuti (asserirlo senza avere a disposizione dati aggiornati è perlomeno azzardato) e, di conseguenza, la presenza di biogas;
  • se la falda, internamente, ma soprattutto esternamente al corpo della discarica, sia ancora contaminata, a causa del percolato di discarica;
  • se siano presenti ancora rifiuti liberi (soprattutto i famosi rifiuti oleosi citati in passato), anche a causa delle numerose esondazioni che si sono verificate nel tempo nell’area di discarica.

Le attività di indagine, previa una preliminare verifica dell’accessibilità dell’area ed ottenuta autorizzazione all’accesso da parte del proprietario, dovrebbero comportare l’esecuzione di:

  • saggi esplorativi e/o sondaggi geognostici, con maglia da definire, per il prelievo di campioni di suolo/rifiuto o per una semplice verifica organolettica dello stato dei suoli/rifiuti;
  • piezometri di monitoraggio delle acque di falda (per il prelievo di campioni di acqua);
  • punti di monitoraggio biogas;
  • eventuali indagini indirette (geoelettrica, geosismica, etc.);
  • rilievo topografico;
  • analisi chimiche e test di laboratorio;
  • analisi geotecniche;
  • studio naturalistico sulle essenze arboree naturalmente presenti nell’area.

Non sarebbe necessario eseguire queste indagini tutte assieme, si potrebbe prevedere l’esecuzione delle stesse per steps successivi, per motivazioni sia tecniche che economiche.
Cosa potrebbe scaturire da queste attività? I risultati dell’indagine e gli interventi previsti in passato dall’ing. Bottioni sono ancora attuali? Oggi è impossibile dirlo, tanto più che:

  • la documentazione che ho avuto modo di visionare è limitata e lacunosa;
  • la normativa vigente in materia di bonifiche, si è evoluta nel corso degli anni (il riferimento è il Testo Unico Ambientale D.Lgs. 152/06 e s.m.i. Parte IV, ma va tenuto conto anche della normativa relativa alle discariche, ad esempio il D.Lgs. 36/03, oppure il DM Ambiente 27/09/2010 relativo ai criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica).

Quello che posso dire è che, nel caso in cui:

  • i rifiuti siano effettivamente mineralizzati,
  • i suoli sottostanti l’ammasso dei rifiuti non siano contaminati (anche mediante applicazione di procedura di Analisi di Rischio, secondo quanto previsto dalD.Lgs.152/06 e s.m.i.),
  • la falda nei piezometri idrologicamente a valle sia non contaminata,
  • non ci siano evidenze di accumuli di rifiuti fuori terra da rimuovere,

è assolutamente ragionevole non eseguire alcun intervento di bonifica/messa in sicurezza del sito (al netto di possibili risagomature localizzate dei rifiuti o di realizzazione di opere di protezione spondale); eventualmente si può prevedere l’esecuzione di periodiche attività di monitoraggio delle acque di falda (non all’infinito, ma per un tempo prefissato), per verificare l’effettiva sussistenza dell’assenza di contaminazione delle acque.
Diversa sarebbe la situazione in cui le indagini diano esito negativo, con contaminazione dei suoli e/o delle acque di falda, anche in aree a valle della discarica. In questo caso, applicando i dettami del già citato Decreto 152/06 e s.m.i., sarà obbligatorio intervenire, previa definizione del soggetto/i a cui toccherà l’onere degli interventi.
Che interventi andrebbero eseguiti? Dipende dagli esiti delle indagini, da quanto è estesa e profonda la contaminazione, dall’interessamento o meno delle acque di falda, dalla presenza di un effettivo rischio per la salute umana. In prima istanza, direi che gli interventi non si discosterebbero molto da quanto progettato in passato (ribadisco, a mia disposizione ci sono solo quattro pagine di conclusioni e non l’intero progetto di recupero ambientale dell’area, redatto nei primi anni ‘90). Al momento è più semplice dire cosa non fare piuttosto che cosa fare; in particolare confermo che, dal punto di vista tecnico-economico, sono da escludere:

  • la rimozione dell’intero ammasso dei rifiuti;
  • l’impermeabilizzazione del fondo della discarica;
  • il Dewatering del corpo dei rifiuti (intesa come aspirazione di acqua/percolato presente nel corpo della discarica);
  • a mio parere, anche la fitodepurazione.

E poi, con parole semplici e senza spingerci troppo nel tecnico, è prevedibile l’esecuzione di questi interventi:

  • se le acque di falda a valle del sito sono contaminate, vanno intercettate;
  • se ci sono rifiuti liberi, vanno rimossi ed adeguatamente trattati/smaltiti off-site;
  • ove possibile, va ripristinata/realizzata la copertura superficiale del corpo della discarica;
  • se sono ancora in corso processi di biodegradazione, è possibile incentivarli con tecniche di bonifica in letteratura ben note (areazione in situ, etc.).

Parliamoci chiaro però: si possono progettare e realizzare interventi diversi, più o meno efficaci e definitivi, ma ciò che guiderà le scelte per la messa in sicurezza/bonifica dell’area sarà solo il vil denaro, oltre che la buona volontà dei vari soggetti coinvolti. Con risorse infinite, si potrebbe fare di tutto e di più, con risorse limitate non si possono certo fare miracoli.
Chiudo con una considerazione: diffidate da ogni estremizzazione della “problematica discarica Zita”, in un senso (“perché sollevare il polverone dopo tanti anni, ormai i rifiuti sono mineralizzati e non fanno male a nessuno”… in letteratura, ci sono casi di discariche di rifiuti solidi urbani “attive” anche dopo molte decine di anni) o nell’altro (“c’è una bomba ecologica in riva al fiume…”, le bombe ecologiche sono da altre parti in Italia, vi dico che a Rivolta sono probabilmente più pericolose per la salute pubblica le coperture di eternit, degradate e non ancora rimosse, rispetto ai rifiuti sepolti in riva al fiume…). Discorsi da politici, non da tecnici… discorsi che spesso nascono per strumentalizzare, non per risolvere…

Alessandro Fantini

 

 

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